La Stele scomparsa: chi sa parli!

Un’inedita versione archeologica di “Chi l’ha visto?”

Il territorio di Mattinata, anche per la presenza su Monte Saraceno di una delle più vaste necropoli protostoriche mai individuate, è stato, forse in assoluto, il primo sito dove furono individuate le stele Daune, monumenti funerari di notevole fattura ed eleganza consistenti in alti cippi rettangolari in pietra locale, sovrastati da teste iconiche, sulle cui facce, raffiguranti il corpo umano, sono graffite scene di vita domestica, di caccia o dell’al di là.

Il primo ad occuparsene fu nella seconda metà dell’ottocento l’arciprete don Giuseppantonio Azzarone (1831-1909), parroco di Mattinata e precursore delle ricerche archeologiche nostrane: si deve infatti a lui la scoperta della Stele del re degli Inferi che oggi possiamo ammirare nella farmacia-museo degli eredi Sansone, come anche di alcune delle Teste di Monte Saraceno (nascoste nelle macère di muri a secco) e solo successivamente spiegate e valorizzate.

E fu proprio il dott. Sansone che, negli anni cinquanta, dopo aver individuato i siti di Beccarini, Cupola, Versentino e Vaccareccia in territorio di Manfredonia, richiamò l’attenzione del prof. Silvio Ferri, dell’Università di Pisa, lo studioso che più di tutti ha dedicato tanta parte della sua ricerca scientifica a questa peculiarità archeologica del nostro territorio.

Oggi nel Museo Nazionale, ospitato nel Castello Svevo di Manfredonia moltissime di queste lastre lapidee sono oggetto dell’ammirazione di tanti visitatori nella sala ad esse dedicata.
Così come, in forma più modesta, ma non meno importante, nel Museo Civico di Mattinata è possibile ammirare, oltre ai reperti sopra citati fruibili presso la famosa Farmacia, la mostra delle Teste muliebri di Monte Saraceno (allestita dalla dottoressa Maria Luisa Nava, già allieva del professor Ferri, ed esposta nel 1987 presso il Museo Pigorinini in Castel Sant’Angelo a Roma) con una sezione dedicata ai Costumi dei dauni, corredi funerari recuperati nel corso delle campagne di scavo dei primi anni ottanta.

Dopo questa necessaria premessa, torniamo all’incipit da cui deriva l’oggetto del nostro intervento.

Anni addietro, correva il 2001, navigando sul web ci siamo imbattuti nel sito www.menhir.net dove, partendo dalla home page e seguendo il percorso didattico proposto (che consente di spaziare dalle statue maschili, alle statue femminili, agli ornamenti, alle armi), accedendo alle statue maschili italiane, nella pagina ìI segreti dei menhir nelle terre d’Europaî, come d’incanto appare ìMattinata: Statua di stele maschile ritrovata in località Tor di Lupo, nel Comune di Mattinata sulla costa meridionale del Garganoî (clicca qui).

A seguire questo accattivante cappello si legge:
îPurtroppo le modalità del ritrovamento non ci sono d’aiuto per l’esatta comprensione della posizione cronologica e culturale della stele: si tratta dell’ennesima scoperta fortuita del monumento, rinvenuto reimpiegato come materiale da costruzione in un muretto a secco. La stele è ricavata in calcare locale, in forma di piatta lastra sub rettangolare, lisciata nella faccia e solo grossolanamente sbozzata nel retro; i bordi sono arrotondati.
Le fratture interessano la spalla sinistra con la sommità, nella quale doveva essere ricavata la testa. Al di sopra della cintura, la zona corrispondente al petto è quasi del tutto occupata dalla raffigurazione a rilievo di un grande pugnale a lama triangolare. La punta dell’arma è ornata da un fiocco composto da quattro linee divergenti verso il basso. Ci si trova di fronte ad una statua stele riferibile al secondo millennio a.C., le cui valenze e simbologie culturali si riferiscono ancora ai menhir di Castelluccio dei Sauri, ma il cui significato e valore è stato ripreso in epoca successiva, modificandone ed arricchendone i contenuti.
La statua stele di Tor di Lupo rappresenta perciò un importante elemento di collegamento tra le più antiche produzioni scultoree della regione e le analoghe manifestazioni successive dell’età del ferroî
.

Tutto qua (incerto se concludere con una esclamazione o un’interrogazione), verrebbe quasi da dire. Infatti la superba descrizione della stele che l’autore ci propone, completa della contrada di provenienza, non fornisce ulteriori ragguagli: sarebbe utile sapere quando, da chi e in quali circostanze è stata rinvenuta e magari dove è attualmente conservata (più facile l’accesso se si tratta di una struttura museale pubblica, meno, e ancor meno fruibile, se in mano a proprietari privati). Anche perchè, ed è facilmente intuibile dalla foto allegata, deve essere davvero bella.

Verrebbe quasi da dire: ìchi sa, parliî.

Ecco perchè con questa inedita versione archeologica di ìChi l’ha visto?î invitiamo gli amanti dell’arte a questa inusuale forma di delazione culturale.

Mattinata, 26 maggio 2006

  • Antonio Latino

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