Il brigantaggio: Reazione o rivoluzione?

Il periodo del brigantaggio è uno dei più dibattuti e controversi della storia d’Italia

A dividere la storiografia è proprio l’interpretazione del
fenomeno: guerra di resistenza all’occupazione piemontese, guidata da reazionari filoborbonici e filopapisti, o rivoluzione? Dice la sua lo storico mattinatese Michele Tranasi, che ha all’attivo diversi volumi e pubblicazioni sulla storia garganica dell’ottocento.

I ceti popolari – afferma Tranasi in una pubblicazione – testimoniarono tutto il loro malcontento e la loro denuncia per una condizione di inferiorità e di avvilimento. Ma senza esprimere con piena coscienza la volontà di cambiamento, di trasformazione politica e sociale. E, soprattutto, senza individuare il nemico di classe, responsabile di quello stato di cose.
Quella della “protesta selvaggia e brutale” è – continua Tranasi – una peculiarità anche del brigantaggio del Gargano. Tutti i comuni del Gargano furono interessati. Qui, più che altrove, “un brigantaggio feroce incendia le messi, gli strami, i casamenti rurali, mutila e scanna il bestiame, uccide con insoliti tormenti uomini, donne, fanciulli. Quindi il traffico impedito; ogni lungo disegno interrotto; ogni privata sostanza in balìa di questi predoni.

(Giornale della Prefettura di Foggia, Anno 1862. La citazione è riportata in un manifesto fatto affiggere dalla Prefettura nei comuni
della provincia in data 6 aprile 1862).

I comuni più colpiti furono
S. Marco in Lamis, Rignano, Vico, Vieste, Monte Sant’Angelo e Mattinata. E c’è la spiegazione. Erano quelli dove il Clero era più
reattivo: Vieste, dove i briganti potevano contare sull’appoggio dell’
arcidiacono Matteo Nobile; Vico, dove avevano il loro quartier generale nel convento di S. Domenico; Mattinata, dove a fare causa comune con loro c’era l’arciprete Giuseppe Antonio Azzarone, questi, a seguito dell’appoggio dato alla sollevazione del 30 settembre del 1860, si era guadagnato un voto di biasimo da parte del Decurionato del tempo, e poi S. Giovanni Rotondo e S. Marco in Lamis. I monasteri degli ultimi due paesi erano diventati delle vere e proprie centrali operative del brigantaggio. Specialmente quelli di Stignano e S. Matteo situati nel comune di S. Marco in Lamis. Per questo, Stignano, “nido di briganti”, verrà chiuso nel giugno del 1862 per ordine del governatore Del Giudice e poco mancò che fosse chiuso anche l’altro. Non facevano eccezione, a Monte Sant’Angelo, la chiesa di santa Maria del Carmine, dove erano addirittura ostentati gli ex voto di briganti scampati negli scontri con l’esercito – cosa che suscitò lo stupore della Commissione d’
inchiesta parlamentare – né la Basilica di san Michele”. Insomma lo stato unitario, che prese il posto del Regno borbonico, doveva fare ancora molto per essere se non amato almeno compreso dalle popolazioni del promontorio.

  • Francesco Bisceglia (La Gazzetta del Mezzogiorno)

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