Giovanni Mancini: l’artista che dipingeva il silenzio

Il famoso pittore visse a Mattinata la sua seconda “giovinezza”

Avevo quasi dimenticato chi fosse: un personaggio della mia infanzia scomparso senza che io ne avessi avvertito la dipartita. Eppure in un paese piccolo come Mattinata quando qualcuno va via, o muore, difficilmente non se ne parla. Almeno un tempo succedeva così!

Anche il vecchio portoncino verde, un pianterreno lungo corso Matino (di fianco a dove oggi è la Boutique Cose Così, ndr) da anni chiuso e con un cartello ìvendesiî non aveva destato mai più di tanto la mia curiosità.
Fu solo in occasione di una cerimonia ufficiale (la presentazione della Grammatica del dialetto di Mattinata di Francesco Granatiero nel luglio 1987) che l’allora sindaco Giuseppe Argentieri, ricordandone l’amicizia che l’aveva legato al poeta Granatiero, all’epoca giovanissimo, accennò alla possibilità di tributare un omaggio doveroso (ndr: l’intitolazione di una strada cittadina, impegno non ancora assolto) al pittore Giovanni Mancini, deceduto qualche anno prima a Manfredonia dove aveva trascorso gli ultimi anni di vita, ormai vecchio, presso la figlia residente nel centro sipontino.

In verità il Comune di Mattinata tempo addietro aveva acquistato alcune opere del maestro che ornano lo studio del primo cittadino in Palazzo di Città: senza dubbio esse costituiscono un notevole valore per la cittadina garganica tanto sul piano venale che affettivo.

Ma chi è stato Giovanni Mancini? Senza dubbio un artista, noto anche su scala nazionale, tra i più rappresentativi ed apprezzati del periodo a cavallo tra le due guerre mondiali.
Foggiano di origine (essendovi nato nei primi anni del ë900), allievo del maestro Vincenzo Irolli, in questa città visse ed operò a lungo frequentando gli ambienti culturali più vivaci, in particolare il Caffè ìLa Gloriaî sito in viale XXIV Maggio, luogo di incontro di pittori, scultori e letterati come Giacomo Strizzi, Stefano Soro, Gabriele Garofalo, Francesco Paolo Grilli.
Per diversi aspetti proprio Mancini e Grilli possono essere considerati i maggiori esponenti dell’arte pittorica contemporanea in provincia di Foggia, terra da sempre feconda potendo vantare nei secoli precedenti artisti del rango di Caldara, Altamura, Parisi, Dattoli, De Nigris, Pollice consacrati nella storia dell’Arte italiana.

Nel 1940 segue in Albania un alto ufficiale della Marina Militare Italiana, suo mecenate e profondo conoscitore. Si stabilisce a Durazzo dove riscuote un discreto successo: qui investe il danaro ricavato dalla vendita delle sue tele con l’acquisto di alcuni terreni e sposa una ragazza, Polena Vangioli, originaria di Koritza. Nei due anni successivi la fama di Mancini incrementa anche per l’amicizia del conte Durini di Monza e del ministro albanese Mihal Sherko: all’apice del succeso allestisce una Mostra al Teatro Savoia di Tirana dove espone una quarantina di opere riproducenti aspetti del variopinto folklore albanese.

Ma la tragedia incombe. Col dilagare della guerra anche nei territori delle colonie balcaniche italiane, nel corso di un bombardamento alleato la casa di Mancini viene colpita e la giovane moglie e una bambina di pochi mesi figlia della coppia restano uccise. Lui si salva miracolosamente, ma resta sconvolto per la perdita delle persone a lui più care. L’8 settembre 1943, dopo l’armistizio, viene arrestato dalle SS. Tedesche e deportato in campi di concentramento in Bulgaria, poi in Grecia, di nuovo in Albania, Serbia, Ungheria, Austria e in ultimo in Germania dove lo coglie la fine del secondo conflitto mondiale.

Rimpatriato nel giugno 1945, demoralizzato e stanco per le sofferenze patite, è ospitato da un fratello nella città di Novara dove riprende una intensa attività artistica con l’incoraggiamento dell’anziano maestro Vincenzo Irolli, decano della scuola pittorica napoletana.
Nel Natale 1946 col pittore lombardo Colamico, organizza una mostra a Vigevano che riscuote un clamoroso successo: il pubblico è conquistato e non pochi critici sono favorevoli al suo nuovo genere di pittura calda, satura di vita e di gioia, tutta una espressione vibrante di luminosità.
Segue nel maggio 1947 una Collettiva all’arengo del Broletto di Novara dove il suo quadro ìFiera Novareseî tipica espressione della sua tecnica impressionista, riscuote un clamoroso successo.

Ma le opere che più di tutte lo faranno ricordare ai posteri sono i suoi paesaggi dauni e garganici: in particolare nell’acquerello, genere pittorico evitato da molti artisti perchè impegna una profonda conoscenza di mezzi tecnici e di valori cromatici, Mancini lo risolve con padronanza assoluta ottenendo i medesimi effetti della trattazione ad olio.
Mario Menduni, che negli anni ’50 lo include nella pubblicazione ìFoggiani nelle cronache e nella storiaî edito dalla Tipografia Leone di Foggia, bene ne tratteggia il profilo biografico e critico in due articoli apparsi sul Corriere di Foggia il 1∞ dicembre 1947 e il 6 giugno 1948.

Giuseppe D’Addetta nel libretto dell’E.P.T. ìFascino dei laghi della Dauniaî (1959), così ne parla: ìSe i poeti non hanno saputo resistere al fascino dei laghi dauni e ne hanno cantato le leggende e descritti gli specchi, e i contorni, neanche i pittori come Luigi Schingo e Giovanni Mancini si sono saputi sottrarre a queste bellezze solitarie e fascinatrici e tele e pastelli sono apparsi in mostre d’arte. Essi hanno tutta una serie di lavori pregevoli, alcuni dei quali sono state le opere più ammirate e di più ampio respiro in una esposizione organizzata dall’Ente per il Turismo, nonchè in mostre personali a Romaî.

Ma il ritratto più delicato è proprio quello che gli dedica Francesco Granatiero nella raccolta di poesie La lunga veglia (1968).
L’artista è in età avanzata, sofferente e solo, circondato dai ricordi e dai suoi capolavori più noti: Case matine bianche di calce, vicoli di Rodi, rupi cadenti a picco sul mare, golfi ameni, silenziose baie, trabucchi nell’attesa, barche alla fonda, la famosa sciabbica ritraente una coppia di pescatori mentre tira la rete a riva, la chiesa e il campanile di Mattinata visti dall’alto della Coppa della Madonna (probabilmente nella collezione Sansone).

I soggetti a lui più congeniali, spazio e luce in una euritmia di colori luminosi: la pesca, le reti distese sul trabucco, le vele bianche in mezzo al mare, il ritratto di un bimbo non suo, quasi un fotogramma ritagliato per caso da una pellicola del filone neorealista.
E dell’euritmismo è ritenuto appunto un caposcuola: il 18/09/1990 ci imbattemmo casualmente in un programma televisivo (Rai Uno) in cui si dibatteva di immaginario collettivo. Ci capitò così di appendere che c’è in Mancini una percezione del peso della realtà, in termine collettivo, non solo in quanto oggetto, ma in quanto realtà e quindi realtà collettiva. Evidente è in Mancini la figurazione formale: figure e forme. Solo a metà degli anni ’70 con l’astrattismo la figura da statica diventa dinamica, posizione che troverà attualizzazione nella realizzazione di molti monumenti.

Verso la metà degli anni cinquanta Mancini, già avanti negli anni, sposa una signora di Mattinata, tale Antonia Clemente e si stabilisce nel centro garganico scomparendo dagli ambienti artistico- culturali.
Per la gente del posto diventerà Giovannino ìChichilloî, gestore di un negozietto di alimentari insieme alla moglie.
Della sua permanenza nel centro garganico si ricorda la pittura con colori cromatici dell’antica statua, in pietra di Monte Sant’Angelo, di San Michele della Chiesa Parrocchiale di Santa Maria della Luce, lavoro perfezionato con cottura nell’antico forno a legna della famiglia Clemente (ëu furnère) ubicato all’epoca in largo Agnuli.

In molti, tra i più giovani sopra tutto, ignoreranno il passato luminoso di questo personaggio: del bohemien, del pittore romantico conserverà, negli ultimi anni, nel modo di vestire solo il baschetto e lo scialletto sulle spalle a caratterizzare esteriormente l’intima tristezza esistenziale.
Oggi, a distanza di anni, non è insolito ritrovare il suo nome citato in articoli su riviste specializzate: le sue opere hanno ottime quotazioni sul mercato dell’arte e l’allestimento di una mostra personale postuma, con la collaborazione della famiglia e dei detentori delle sue opere, sarebbe doveroso da parte della sua Foggia, ma anche da parte della sua ultima patria Mattinata.

  • Antonio Latino

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