Gargano, farmacia a cielo aperto

I rimedi medicamentosi di una volta utilizzati dai nostri avi farmacisti sui generis.

In tempi lontani, quando per le campagne di farmacie super fornite di pomate e sciroppi non se ne trovavano e i medicinali scarseggiavano, per i contadini e gli agricoltori ìil fai da teî ha rappresentato un’ancora di salvezza. Si sa, che spesso la necessità aguzza l’ingegno dell’uomo, e il contadino garganico ha dovuto, ma soprattutto saputo, guardarsi ìintornoî alla ricerca dei rimedi offerti da madre natura, per guarire raffreddori, ulcere, febbri, trasformandosi così, suo malgrado, in un novello farmacista, seppure sui generis.

Non solo. Gli stessi agricoltori hanno dimostrato di saper padroneggiare talmente bene la materia ossia gli effetti che le piante e le loro preparazioni possono avere, da estenderne l’utilizzo, oltre che all’uomo, anche e soprattutto alla cura degli animali. I quali, in un’economia rurale, come quella di allora, rappresentavano un capitale dal valore non indifferente, da preservare ad ogni costo. Aspetto questo, tipico della cosiddetta società troglodita, che a Matera per esempio nei Sassi ha trovato la sua massima espressione, quando al cavallo era destinato il rialzo nell’unica stanza in cui si viveva, in segno di rispetto perchè unica fonte di sostentamento dell’intera famiglia.

Se nel frattempo le farmacie sono cresciute ed il livello dei medicinali anche, è stata una fortuna che quelle antiche tradizioni di farmacopea popolare – le quali, seppure in casi sporadici, resistono tuttora sul Gargano – non siano andate perse, giungendo fino a noi. Perchè l’escogitare nuove combinazioni di piante in grado di ottenere gli effetti desiderati, e che forse costituiva il passatempo preferito dei nostri avi, ha permesso loro, inconsapevolmente, di dare l’avvio ad un filone di ìsapienzaî che merita di essere non solo ricordato, ma valorizzato a livello scientifico.

Un grande contributo in tal senso è arrivato per esempio da Giuseppe Gallifuoco che ha promosso una indagine etnobotanica nel Gargano pubblicata nel maggio 2004 sulla rivista ìNatural 1î. Il Gargano, grazie alla sua vastissima biodiversità, è una farmacia verde a cielo aperto: qui le piante non solo abbelliscono il paesaggio, ma risultano avere anche poteri medicamentosi, dei quali i nostri avi sovente si sono serviti per curare i propri acciacchi. E quelli dei muli e degli asini.

Ed è proprio nella versione veterinaria che la farmacopea rivela le curiosità più incredibili. Basta chiedere a qualche arzillo vecchietto del Gargano di pescare nella saccoccia dei propri ricordi per fare scoperte divertentissime: il classico esempio è quello del marrubio che sovente era impiegato in preparazioni dall’azione suppurativa e vulneraria per muli e cavalli, oltre che per l’uomo.

A Vieste, la regina del turismo del Gargano, per esempio i contadini utilizzavano la Clematis in suffumigi per curare i sintomi da raffreddamento dell’asino. A San Giovanni Rotondo, paese dell’entroterra garganica, che prima di esser colpito da improvviso benessere grazie a San Pio e all’Ospedale di Casa Sollievo della Sofferenza, vedeva la propria economia poggiare sull’agricoltura, si usavano adoperare i bulbi della Uriginea marittima, tagliati e lasciati nel ricovero degli animali dopo aver chiuso eventuali finestre, per combattere i parassiti presenti. Non solo. Il decotto di radici di Asfodelus era addirittura somministrato alla pecora dopo il parto. Ancora. A Sannicandro Garganico, zona interna del promontorio, il volgo della radice del Plumbaco europea era usato per guarire la rogna. A Manfredonia, il thanacetum parthenium, era usato dalle donne come emmenagogo (farmaco che provoca la comparsa delle mestruazioni). A Vico del Gargano, la povera gente la santureya cuneifolia la usava per curare le febbri intermittenti e la marruggine per combattere invece la malaria.
Curioso il metodo seguito per curare la crosta sulla pelle: si era solito friggere la ruta e la cipolla carrara nell’olio, poi ottenuto l’impacco, lo stesso veniva spalmato sulla ferita.

Il patrimonio floristico del Gargano ha affascinato non pochi studiosi come Tenore, Fenaroli, Salvatore della Torre e non ultimo Padre Mario Manicone. Anche il Tancredi, il quale riporta per esempio che gli estratti di Giusquiamo e della Lattuga ìhanno la virtù di calmare i dolori e lo spasmo, senza eccitare la vitalitàî. Sempre lo stesso Giovanni Tancredi scrive che ìil Cametrio, la Genziana e Genzianella, la Centaurea, la Dulcamara e il Cicorione, come amaricanti, combattono efficacemente i morbi acutiî.

Anche i farmacisti hanno contribuito a creare la farmacopea popolare del Gargano con la preparazione di alcuni distillati quali quello di fiori di arancio e menta, usati come eccitanti; e quelli di tiglio e sambuco come diaforetici, o ancora l’acqua di piantaggine e di rose utilizzate come astringenti e soprattutto nelle malattie degli occhi.

  • Francesco Trotta

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