Contratto d’area: chiude la TMI

Il fallimento dopo un’odissea durata tre anni

Chiude la Tmi Sud srl, l’azienda del contratto d’area in zona ex Enichem che produceva turbocompressori per autoveicoli. Il fallimento della società giunge dopo un’odissea durata tre anni. Contrasti fra la proprietà e i dipendenti per stipendi mancati e rappresentanze sindacali, e poi licenziamenti, proteste, scioperi, picchetti, tentativi di mediazione anche da parte del responsabile unico del contratto d’area, il sindaco Paolo Campo, la definitiva uscita di ogni forma di rappresentanza sindacale dalla fabbrica e accuse di boicottaggio da parte della proprietà.

Una crisi che si è consumata soprattutto nel 2005, fra accuse durissime reciproche, riassumibili da parte della proprietà in quella di scarso attaccamento al lavoro, e di totalitarismo da parte dei lavoratori che restavano senza stipendio per diversi mesi e protestavano per questo.

Eppure la Tmi, Turbo Manufacturing Italy, di Eugenio Albini aveva incominciato, nel settembre 2003, sotto i migliori auspici. Intendeva contendere il mercato ai colossi americani e giapponesi, spiegava la proprietà, unica italiana nel settore da vent’anni e puntava all’obiettivo finale di cinquanta unità lavorative, per un investimento complessivo dell’azienda calcolato in tredici miliardi e mezzo delle vecchie lire.

La Tmi si segnalò alle cronache per l’assunzione di nove addetti, dei quali sette erano donne, attraverso un percorso di formazione professionale orientato alla preparazione in azienda.

´Senza il Contratto d’area noi non saremmo quiª sosteneva Albini in occasione dell’inaugurazione ´certo c’è il problema delle infrastrutture ma siamo fiduciosiª, diceva. Poi gradualmente lo sprofondare verso la crisi che vedeva ogni forma di rappresentanza sindacale uscire dalla fabbrica a seguito di contrasti durissimi, licenziamenti, e prese di posizione della proprietà. Albini a giugno del 2006 arrivava a denunciare ´l’elevatissimo assenteismo, scarsa professionalità e impegno nonchè atti di boicottaggio che provocavano danni ingenti alle sofisticate macchine utensiliª, e si traducevano in ´danni economici per le riparazioni ai macchinari che si aggiungevano ad una produzione bassissima, con conseguente calo delle vendite per la mancata produzioneª.

Giustificava quindi il licenziamento di cinque operaie fra le quali due rappresentanti di fabbrica, mentre i lavoratori continuavano a battersi per questi ingiustificati licenziamenti e per una situazione invivibile che aveva già portato alle dimissioni di altre 12 operaie.

(tratto da La Gazzetta del Mezzogiorno)

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