Comunicato politico del consigliere Giuseppe Aulisa

Riceviamo e pubblichiamo integralmente nota stampa

All’esito di una profonda e per certi versi sofferta riflessione ho maturato l’idea di chiamarmi fuori dal Partito Democratico di Mattinata, attraverso il mancato rinnovo della tessera che ne sancisce l’appartenenza. Sulla mia decisione pesano solo ed esclusivamente considerazioni legate alla dimensione locale del PD, rispetto al quale gli elementi di dissonanza, allo stato attuale, prevalgono di gran lunga rispetto ai punti di contatto.

Resta immutata la mia adesione ad un’idea di partito che aneli a trovare il giusto equilibrio tra le esigenze di carattere sociale e la necessità di rispondere alle attese del mondo produttivo, che ambisca a parlare alla testa piuttosto che al ventre molle delle persone, che aspiri a governare i timori della società moderna anziché agitare incoscientemente gli spettri delle sue paure recondite. Un partito aperto al diverso ed al contempo saldamente fermo in difesa dei principi e dei valori del nostro modello sociale, capace di rinnovarsi al suo interno per innovare una società in rapida e continua evoluzione. Questi principi restano ancora, a mio giudizio, patrimonio della visione espressa dal Partito Democratico, sebbene non sempre trovino puntuale traduzione nelle scelte effettuate. Ed è per queste ragioni che non è in discussione la mia appartenenza all’impianto valoriale da esso espresso.

La scorsa settimana è stato celebrato il congresso cittadino del Partito Democratico che ha sancito la conferma alla sua guida del precedente segretario. Dovendo desumere che tale atto si tradurrà nella stanca riproposizione degli scialbi metodi di gestione che fin qui ne hanno ispirato l’azione, ritengo che la mia esperienza all’interno dello stesso debba ritenersi conclusa.

Nell’ambito locale, quello che ho in mente è un modello di partito vivace, intraprendente, coraggioso, che trovi nel contatto quotidiano con le persone la sua ragione di esistenza, che sappia aprirsi all’esterno senza timore, rendendosi veramente contendibile, che guidi il cambiamento invece di restarne succube, che investa sulle capacità e sulle competenze perché solo attraverso la loro valorizzazione può venire utilmente perseguito l’interesse collettivo, che individui nel dialogo il mezzo principe della sua crescita, che sappia sostenere l’amministrazione con proposte e suggerimenti validi, che faccia leva sull’esperienza dei più maturi ma che al contempo dia fiducia e responsabilità ai giovani che dimostrino di avere le carte in regola per assumersele.

E invece mi trovo davanti ad un PD, quello mattinatese, che anziché ispirarsi a questi principi si è testardamente arroccato a difesa della torre dorata di un’amministrazione su cui, già da tempo, cominciano a fare capolino i primi segni di ruggine. Un PD che all’esito delle scorse elezioni comunali avrebbe dovuto capitalizzare il consenso tributato dai cittadini e che, al contrario, è stato in grado di disperdere in tempi record l’entusiasmo che la vittoria elettorale portava con se. Un PD sordo alle istanze di cambiamento espresse dai cittadini ed al pesante fardello di sofferenza che caratterizza la nostra realtà territoriale, che ha preferito chiudersi in se stesso invece di ricercare nella collettività soggetti competenti e capaci di offrire un contributo reale alle difficoltà del paese. Un PD che tace ogni forma di dissenso e bolla ogni critica come delitto di lesa maestà. Un PD da cui, al contempo, non è venuta una sola proposta a supporto dell’azione amministrativa e che non si pone nemmeno il problema di formularne di valide, nell’ostinata quanto miope convinzione che la soluzione dei problemi del paese debba rimettersi nella mani del capo. Un PD in cui le responsabilità sono di tutti ed i meriti di uno. Un Partito Democratico, insomma, nel cui acronimo la lettera P non si capisce più bene se stia ad intendere la parola partito o il cognome di chi ne ha assunto la guida.

Fedele al vecchio adagio per cui chi semina vento raccoglie tempesta, il risultato di questo modus operandi non poteva che tradursi in un progressivo quanto inesorabile decadimento, testimoniato dall’imbarazzante numero di iscritti. Un’organizzazione che deve affidarsi al tesseramento di qualche familiare ed ai soliti ed encomiabili compagni storici per giustificare, in primis a se stesso, la propria ragione d’esistenza. Trovo singolare, se non addirittura grottesco, che anziché avviare una seria autocritica che coinvolga chi ne ha fin qui assunto la guida, si esibisca come un vanto questa penuria numerica.

Come conseguenza della mia decisione, nei prossimi giorni rimetterò le mie deleghe al Sindaco, sicuro di aver operato bene negli spazi angusti che mi sono stati lasciati, sempre costretto a muovermi su un sottile filo di lana, come un equilibrista, nel tentativo di non urtare, col successo di iniziative e con la bontà di proposte, la sensibilità di questo o quel componente della maggioranza.

Lo faccio perché quelle stesse deleghe mi furono assegnate in quanto eletto nelle file del Partito Democratico mattinatese. Venuto meno il rapporto che mi lega allo stesso, ritengo doveroso l’atto di restituzione. Voglio difatti mantenere fede all’impegno a più riprese sbandierato in campagna elettorale, di riportare i partiti al centro della vita politica, un impegno che era funzionale a consentire una partecipazione proattiva dei cittadini alle vicende amministrative. Una promessa  cui evidentemente molti attribuiscono mera valenza cosmetica. Dispiace che altri, nonostante traversate oceaniche che li hanno portati a far tappa in gran parte dei movimenti del vasto ventaglio politico italiano, non abbiano mostrato analoga sensibilità all’indomani di scelte similari. Non è la politica a dover inseguire i personalismi, ma sono questi ultimi che debbono mettersi a servizio della prima. Fin quando non capiremo questo, sull’orizzonte delle prospettive di crescita di questo paese continuerà a stagliarsi minacciosa la sagoma oscura di nubi cariche di pioggia. A qualcuno andrebbe ricordato che con l’avvento dell’Illuminismo, finanche i sovrani finirono per riconoscere che il proprio potere derivava dal popolo e non da entità divine variamente configurate e/o configurabili.

Nonostante l’atto di remissione delle deleghe, proseguirò la mia esperienza col solito piglio propositivo che sin qui l’ha contraddistinta, ricercando occasioni di confronto su tematiche che investono seriamente la nostra comunità, fedele a quello spirito di servizio verso i cittadini cui ho inteso improntare il mio impegno politico.

Con molti dei miei ex compagni di partito ho rapporti di cordialità, di grande stima e rispetto (mi auguro reciproci) e talora di sincera amicizia. A loro va il mio ringraziamento per il tempo trascorso insieme e l’augurio di ad avere più pazienza di quanta io non ne abbia avuta, con la speranza che sappiano dare nuova linfa ad un partito logoro e sfibrato. Per quanto mi riguarda, la misura è già ampiamente colma.

In uno dei miei film preferiti (Big Fish – Storie di una vita incredibile) il protagonista Edward Bloom sosteneva che “tenuto in un piccolo vaso il pesce rosso rimarrà piccolo, in uno spazio maggiore esso raddoppia, triplica o quadruplica la sua grandezza”.

Ebbene, allo stato attuale preferisco abbandonarmi al fascino incerto del mare aperto piuttosto che rimanere confinato nel cronico piattume di un’acqua stagnante. Preferisco di gran lunga la sensazione di freschezza di uno spazio aperto rispetto al senso di ottundimento di ambienti claustrofobici.

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