15 settembre: festività della Madonna della Luce patrona di Mattinata

Riflessioni di un mattinatese tra tradizione e ricordi

A conclusione della rituale Novena preparatoria, come ogni anno, a partire dal 14 settembre per tre giorni il nostro paese sarà interessato dalla festività patronale che nella giornata del 15 è celebrata liturgicamente mentre nel pomeriggio del 16 culminerà nella grande processione che attraverserà le strade di Mattinata.

Ma quando ha avuto origine questa manifestazione religiosa prettamente locale, che, a partire dai bambini, coinvolge indistintamente tutta la collettività senza distinzione di ceto o di convinzioni politiche?
Senza dubbio l’avvio è ascrivibile all’incirca a cavallo della metà del XIX secolo con l’istituzione della parrocchia e l’arrivo di don Gennaro Roberti, primo parroco, seguito a distanza di qualche anno da don Giuseppantonio Azzarone (1856).
Una data certa è quella del 1894 quando il summenzionato arciprete, con l’esaurirsi del periodo sismico che per tre anni, a partire dal 1892, aveva interessato il territorio mattinatese, fece affiggere il manifesto annunciante la Festa della Vergine della Luce quale espressione dell’alba novella che si prospettava per il martoriato villaggio.

Una festa semplice, in stile campagnolo in cui si notava qualche ambulante con la Faienza fina (porcellana da corredo) o altri utensili per la casa, rachène per l’imminente raccolta olivicola, semplici giocattoli per bambini (pupe, trainedde, cavadduzze, cùrle e trombette), organini e venditori di fortune, in una piazza ancora contornata di baracche, si ergeva una cassa armonica improvvisata con pali di legno e ricoperta di frasche su cui si esibiva la scalcagnata banda musicale arrivata a bordo di traini da qualche paese vicino.
Durante lo spettacolo musicale era uso consumare mandorle abbrustolite, ceci arrostiti sotto la cenere e cangedde (scaldatelli) innaffiati da qualche bicchiere di vino rosso locale, mentre i bambini si accontentavano di secchietti di grattamarianna (granitina tinta con qualche sciroppo): il tutto venduto dalla centralissima cantina (oggi Enoteca).

Riportiamo un gustoso aneddoto di quegli anni verificatosi ai piedi dell’orchestra mentre un attempato maestro dirigeva un improbabile pezzo lirico: avendo il pubblico cominciato a non gradire il servizio musicale offerto, anche per le ripetute stecche da parte dei musicanti dilettanti che si stavano esibendo, ritenendo uno spettatore un po’ avvinazzato aver individuato il motivo di tanto insuccesso, si levò questi in piedi dalla chiancarella su cui sedeva urlando all’indirizzo dell’intera banda, e tra l’ilarità dei notabili-melomani raggruppati nella parte opposta della piazza. ìTutte quande v’amme pajete e tutte quande avita sunèî, riferendosi al fatto che nel corso dell’esecuzione,per ovvi motivi di partitura, non tutti gli orchestrali suonano sempre all’unisono.

Negli anni le luminarie furono migliorate passando dall’utilizzo del gas a quello dell’energia elettrica: l’attesa delle tavole n’cìme la Caùle era spasmodica per i bambini che, a partire dalla seconda metà di agosto si recavano sui tornanti ad attendere i carri, poi i camion, che col loro arrivo segnavano l’inizio della festa. Arrivarono così birre, gassose, nocelline americane e per i più piccoli zucchero filato e gelati, parapalle e jòjò.

Vi furono però anche anni in cui la festa fu vissuta con mestizia, tanto nelle manifestazioni civili che religiose: ci riferiamo in particolare agli anni a cavallo delle due guerre mondiali quando il coprifuoco impediva l’accensione delle luci, ma non solo: la Processione dell’Icona della Madonna della Luce, portata a spalla da militari in licenza o in convalescenza impetranti la grazia del ritorno a casa sani e salvi, si svolgeva attraverso strade in cui, dall’interno di porte sbarrate per lutti recenti, si avvertiva il pianto straziante di madri e mogli di giovani caduti per la Gloria della Patria.

Passato questo funesto periodo, al termine del quale il ìTesoro della Madonnaî si arricchì di tanti monili antichi, pegno della gratitudine dei fedeli devoti e che vengono parzialmente esposti sul Quadro nel corso della Processione (fino a qualche anno fa era in uso ostentare su di Esso, ma anche sulle statue di San Michele e Sant’Antonio, che ancora vengono portati processionalmente, nastri sui quali i devoti attaccavano con spilli cartamoneta di vario taglio, a seconda del censo, dell’attività o della grazia ricevuta dal donante).

Seguirono anche per la Festa di Mattinata gli anni del benessere e del boom economico caratterizzati dall’arrivo delle giostre, a partire da quelle più semplici ed azionate manualmente dei primi anni sessanta fino ai Luna Park ultra tecnologici di oggi, degni dei migliori parchi di divertimento.
Anche l’intrattenimento musicale cambia genere, dovendo accontentare fasce giovanili alla ricerca di svaghi ìmoderniî rappresentati da spettacolini da avanspettacolo o da modeste orchestrine jèjè, rock, pop ecc.. ma anche da qualche nome importante del panorama musicale del momento, non disdegnando cabarettisti e illusionisti.

Un altro momento difficile la festa patronale lo vive nel 1973 quando, a due anni di distanza dal furto del quadro originale (sostituito con quello attuale riprodotto da Alinari – Firenze), a seguito dell’epidemia di colera esplosa sul finire dell’estate di quell’anno nell’Italia meridionale, non si svolge a causa del divieto da parte delle Autorità Sanitarie di tenere manifestazioni con assembramenti pericolosi per la salute pubblica: il 16 settembre, contravvenendo alle disposizioni precedentemente impartite, per volontà della popolazione l’arciprete Mons. don Salvatore Prencipe è ìcostrettoî ad allestire in tutta fretta la processione, anche per non far venir meno la benigna vicinanza della Madre di Dio al popolo di Mattinata nel momento del bisogno, come già sperimentato in altre tragiche circostanze come calamità naturali, carestie e guerre.

Sembra ieri, ma sono trascorsi altri trenta anni in cui Mattinata ha subito notevoli mutamenti nel costume e nel reddito, sul piano economico e su quello urbanistico, culturalmente e socialmente.
Se un tempo si aspettava la Festa patronale per indossare gli abiti nuovi o per gustare qualcosa di eccezionale sul piano gastronomico (anche a livello domestico) oggi questo avviene tutti i giorni.
Sul piano del divertimento in settembre si viene fuori, se non si è ancora dentro, da una estate da indigestione sul piano spettacolare, per non parlare dei Luna Park ormai in pianta stabile in paese perfino nei periodi invernali o dei fuochi d’artificio diventati di uso così comune che si esplodono nelle circostanze più banali a partire da battesimi, matrimoni, compleanni e onomastici.

Ci viene così spontanea questa riflessione: ha senso ancora una manifestazione così concepita, ancorata a canoni risalenti al secolo scorso quando l’utilizzazione del profano per la solennizzazione del sacro trovava la sua giusta compenetrazione?
Non sarebbe più giusto sfrondare quanto rischia di far confondere la Festa della Madonna della Luce con il Premio Faraglioni e restituire a questa solennità la sua vocazione sacrale, altrimenti scivolata, come ormai accade da anni, in secondo piano?

Mattinata,13 settembre 2006

  • Antonio Latino

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